Ormai da qualche anno un po’ tutti ci siamo abituati all’irruzione di quella cosa nuovissima che è entrata prepotentemente nei nostri dispositivi (computer,. smartphone, tablet…). Ma è davvero una cosa così recente, ma davvero prima di ChatGPT non c’era nulla? Beh, non proprio. Mettetevi comodi che oggi mi siedo in poltrona, faccio il vecchio nonno, voi fate gli annoiati nipotini e state buoni a sentirvi raccontare la storia de
L’intelligenza Artificiale prima di ChatGPT
Come capita per la Storia dell’Umanità, anche la Storia dell’Intelligenza Artificiale ruota attorno ad alcune figure : tra queste va sicuramente annoverato quel genio di Alan Turing che nel 1950 in un celebre articolo intitolato Computing Machinery and Intelligence propose per la prima volta un test per poter valutare se una macchina calcolatrice potesse essere considerata intelligente.
Prima di lui però c’era stata una lunga strada, molto più lunga di quanto si sarebbe portati a credere. Un primo riferimento culturale (e mitologico) lo possiamo trovare addirittura nell’Iliade dove il dio Efesto (Vulcano per i romani) aveva automi dorati ai suoi ordini che potevano parlare, muoversi ed assisterlo nel lavoro.
Nel I secolo a.C. Erone di Alessandria descrisse e costruì automi meccanici e pneumatici che sembravano dotati di intelligenza propria. Tra questi un teatro automatico che rappresentava il mito di Dionisio, un macchina distributrice di acqua a monete, statue che versavano vino, un organo a flauto azionato da vento e uccelli idraulici. Visti con gli occhi moderni queste invenzioni potrebbero far sorridere ma in realtà rappresentavano un livello tecnologico che sarebbe rimasto sconosciuto in Europa per almeno un millennio.
Balzo spazio-temporale e ci ritroviamo a Baghdad intorno all’anno 850 d.C.: i fratelli Musa, tre studiosi persiani, pubblicano il Libro dei Dispositivi Ingegnosi, raccolta che descrive diversi automi derivati dalle invenzioni di Erone ma con straordinari sviluppi originali. Tra questi un flautista automatico che è probabilmente la prima macchina programmabile della storia ed un controllore a retroazione, cioè una macchina capace di autoregolarsi in base ai risultati ottenuti (uno dei primi sistemi di feedback della storia).
Nel 1206 Ismail al-Jazari pubblica nella città turca di Cizre il Compendio sulla teoria e sulla pratica delle arti meccaniche nel quale illustra una cinquantina di macchine tra cui alcune riprese delle invenzioni dei fratelli Musa. Il suo ingegno fu tale che inventò tra molte altre l’albero a camme, la manovella, l’ingranaggio segmentale e un sistema di scappamento per controllare la velocità di rotazione. La sua opera ebbe larga diffusione anche in Europa ed è probabile che lo stesso Leonardo da Vinci ne fosse stato influenzato. L’importanza storica di al-Jazari è tale che è stato definito il “padre della robotica”
Anche i filosofi hanno portato il loro contributo: se Aristotele (IV secolo a.C.) aveva solo speculato di strumenti in grado di lavorare autonomamente, liberando i padroni dall’esigenza di avere schiavi (e quindi di fatto liberando gli schiavi), Raimondo Lullo (XII – XIV sec.) che tra mille altre cose anche filosofo, logico, teologo e mistico teorizzò di poter risolvere ogni questione con la precisione della matematica, partendo dal presupposto che ogni proposizione sia riducibile a termini e i termini complessi siano riducibili a più termini semplici o principi. Sarebbe certamente lui il primo a stupirsi di scoprire che aveva anticipato il concetto di calcolo logico-simbolico, su cui si basa l’informatica moderna.
Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), uno dei giganti intellettuali del diciassettesimo secolo sviluppò due concetti fondamentali per la nostra trattazione. Innanzitutto la Characteristica Universalis, una lingua universale del ragionamento umano nella quale i simboli riflettono direttamente la struttura del mondo dei nostri concetti. Con questa lingua, tutte le conoscenze umane potrebbero essere rappresentate in forma simbolica manipolabile. Poi il Calculus Ratiocinator, un sistema in cui si potrebbe eseguire il calcolo logico su questi simboli, trasformando il ragionamento in una procedura meccanica manipolabile. Questa visione leibniziana prefigura direttamente sia la logica formale del XIX e XX secolo, sia i computer digitali e i sistemi di intelligenza artificiale simbolica del nostro tempo.
Arriviamo così al 1943 quando il neurofisiologo Warren McCulloch e il matematico Walter Pitts pubblicarono l’articolo “A logical calculus of the ideas immanent in nervous activity” nel quale proposero il loro modello “McCulloch-Pitts neuron” nel quale il comportamento dei neuroni biologici – con il loro carattere “tutto o nulla” – poteva essere descritto attraverso la logica proposizionale. Dimostrarono che reti di questi neuroni artificiali potevano implementare qualsiasi funzione booleana (funzioni logiche come AND, OR, NOT). Anche se il loro modello era semplice (input e output binari, pesi fissi, senza apprendimento), gettò le fondamenta matematiche per tutta la ricerca sulle reti neurali artificiali, rendendo il loro lavoro un precursore delle AI dal momento che rappresentava il primo tentativo rigoroso di descrivere i processi mentali in termini di computazione.
E siamo così finalmente arrivati a Alan Turing che nel 1936 pubblica “On Computable Numbers” nel quale introdusse il concetto della Macchina di Turing (modello teorico di un computer general-purpose) ed affrontò questioni di meccanica computazionale formale: quali problemi possono essere risolti meccanicamente? Quando può un processo essere automatizzato?
Nel 1950 pubblicò un altro celeberrimo articolo “Computing Machinery and Intelligence” nel quale pose di fatto la domanda rivoluzionaria “Possono le macchine pensare?” che diede la stura alla storia (pun inteded…) dell’Intelligenza Artificiale per come la conosciamo oggi. Ma questo lo vedremo la prossima volta.